Rumore di Fondo E03S04 – RdF, diario di viaggio: Roma Capitale e ritorno.
🗓️ Aprile ( 植月 – il mese dei fiori della deutzia)
🎧 Pd

#nerditudine #travel


//.intro
“Rumore di Fondo“ è una pubblicazione altamente aperiodica, indipendente e senza alcuno scopo di lucro

//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile


E03S04:

  • Roma Capitale e ritorno.

  • la playlist del viaggio


Roma Capitale e ritorno.

Roma non è la mia città, non ci sono scintille, non c’è feeling.
Devo dirlo subito, perché questo pezzo non è una lettera d’amore, è più una cronaca onesta di ventisette ore trascorse in un posto che rispetto, ma non cambierei mai con Firenze – la mia città, quella per me più bella del mondo, e non è campanilismo ma una valutazione che reggerei in qualsiasi dibattito con dati e argomenti.

Roma è sporca1. Ha buche nell’asfalto che sembrano galassie inesplorate.
E non ho visto una macchina sana: specchietti rotti, carrozzeria rigata, ruote rubate, addirittura macchine ad uso condiviso saccheggiate!

RIP

Ha una maleducazione diffusa che dappertutto chiamiamo inciviltà, ma qui la chiamano carattere. Ha un’entropia di fondo che in certi momenti sembra quasi filosofica e in altri è solo scomoda.
Non solo, ha un ego smisurato, che si confà alla Capitale, alla Città Eterna.. ma a qualcuno deve dare parecchio fastidio, perché in Maps.me non hanno la minima intenzione di scrivere il nome della città sulla mappa..

Frascati, Ciampino, Marino.. ma Roma no!

Detto questo: ero lì per lavoro (vedere gente, fare cose, roba cybersec, niente di interessante) e siccome ero già a piedi e quasi sempre in zona, ho fatto quello che fanno le persone ragionevoli: ho sovrapposto, ho incastrato e ho trovato il bello dove c’era, perché il bello a Roma esiste, è solo sepolto sotto uno strato uniforme di disorganizzazione cronica.

Arrivo lunedì alle tredici. Ripartenza martedì alle sedici. Ventisette ore.
Tutto a piedi, tranne un’eccezione incredibile!

Racconterò in ordine sparso i luoghi che mi sono concessa di visitare, aggiunte di altre visite, quel plus che serve per descrivere davvero tutto quello che un turista non deve chiedere mai =D

Il Cimitero di Guerra del Commonwealth: dove la pietra parla ancora

Ostiense.
Il Cimitero di Guerra del Commonwealth non è nel circuito turistico normale. Non ci sono selfie stick, non ci sono gruppi con l’ombrellino alzato. C’è silenzio, prato verde tenuto con una cura che stona quasi con il resto del quartiere, e file di lapidi bianche identiche – quella standardizzazione voluta e precisa che la Commonwealth War Graves Commission ha mantenuto dal 1917: nessuna lapide più grande di un’altra, nessuna famiglia più ricca di un’altra nella morte.

Non ho scaricato l’app, non ho inquadrato il QR code, nel caso ve lo chiedeste.

Ma la cosa che ferma è un altro dettaglio.
Nel muro perimetrale sono murate pietre originali delle Mura Aureliane, e in un punto specifico, un blocco identificato come proveniente dal Vallo di Adriano. Pietra romana del II secolo d.C. usata come materiale da costruzione nel Medioevo, poi recuperata e rimessa in opera qui. Un frammento di frontiera militare dell’Impero che adesso fa da confine a un cimitero di soldati di un altro impero, .

la pietra del muro di Adriano

La stratificazione storica a Roma non è una metafora, è letteralmente nei muri.

Ho fatto le foto che dovevo fare.
Ho camminato lentamente.. è uno di quei posti dove avere un’andatura un po’ più sostenuta sembrerebbe sbagliato.

Il Gazometro: il gigante che non chiede permesso

Piazzale del Gazometro. Sempre Ostiense, sempre a piedi.

Centocinque metri di ferro, ottantaquattro di diametro, costruito a fine Ottocento per stoccare gas di città, dismesso nel 1968 e da allora fermo lì.
Non restaurato, non abbattuto, non riconvertito.
Solo fermo, che è forse la cosa più romana che esista: lasciare che le cose esistano per inerzia fino a quando qualcuno non decide cosa farne, e nel frattempo nessuno decide.

Di notte, e questa è una delle poche cose che Roma fa meglio di quasi tutti, il Gazometro si riflette nel Tevere in un modo che nessun render ha mai catturato correttamente. Il ferro arrugginito nei punti giusti, le luci gialle, l’acqua che moltiplica verticalmente la struttura.

C’è un motivo se i fotografi urbani vengono qui apposta: è uno di quei soggetti che non hanno bisogno di essere interpretati.

Il pattern che si attiva nel cervello è quello che gli urbanisti chiamano liminal space, luoghi sospesi tra due stati, tra un uso e il successivo, tra un’epoca e quella che non è ancora arrivata.
Il Gazometro è in attesa da cinquant’anni. A Roma questo non è strano, è quasi la norma.

Scendendo verso Via del Porto Fluviale, vicino alla riva, ho cercato le rotaie del vecchio tram. Sono ancora lì, sotto l’asfalto, emergono in superficie dove il manto stradale si è consumato o si è aperto, ferro scuro che affiora come un Easter egg di un gioco che nessuno gioca più.
Roma ha questo: strati su strati su strati, e ogni tanto uno strato precedente buca quello sopra e si ricorda di esistere.
Le rotaie non le vedi se non le cerchi. Se le cerchi, le trovi – la leggenda vuole che, grazie ad un’app che segnala il ferromagnetismo, la ricerca delle rotaie diventi una specie di caccia al tesoro, o caccia ai fantasmi, scegliete voi.

Il murale che non c’è più

Al Gazometro, l’art district, di murale ce ne sono molti.
Identità, saggezza, comunicazione sociale, espressione, obiezione, rivolta, vita, amore, lacrime, desiderio, sentimento.

Sulla parete di un palazzo in Via del Porto Fluviale c’era un murale di Blu.
Era lì da anni, era diventato parte del tessuto visivo del quartiere, era il simbolo di un edificio che nel tempo aveva ospitato esperienze di resistenza e solidarietà, il Movimento per il diritto all’abitare lo aveva voluto come testimonianza di dignità.

È stato cancellato. Con il consenso dell’artista stesso.

Blu (nato a Senigallia, da sempre legato a Bologna e Roma) non permette che le sue opere vengano staccate dai muri e musealizzate. Non vende. Non autorizza riproduzioni commerciali. Quando un contesto cambia in modo irreversibile, preferisce cancellare lui piuttosto che lasciare che altri decidano il destino del suo lavoro.

Ha già detto che tornerà a dipingere su quel palazzo una volta che sarà abitato di nuovo, legittimamente, dalle famiglie a cui sono destinati gli alloggi popolari.

Una logica da version control applicata all’arte pubblica: non si fa un fork di un’opera staccandola dal contesto, si committa un cambiamento sul branch principale quando il branch principale lo richiede.

Il muro bianco adesso dice più cose del murale. O almeno, dice cose diverse. Sono rimasta a guardarlo un momento, un momento molto lungo

i lucchetti non stanno solo a Ponte Milvio, ogni posto è buono per incatenare l’idea dell’amore eterno (finché dura)

.

La Città della Scienza (aka la grande delusione tecnologica che non ha più niente da dire)

Via Guido Reni 7, nel Flaminio. Ad un tiro di schioppo dal MAXXI, il cubo di vetro e acciaio, con un muro perimetrale pieno di graffiti – alcuni di writer locali, altri di gente che ha scritto semplicemente “RIAPRITE” e in quel messaggio ha messo tutto – c’era la Città della Scienza.

Dentro, in teoria. Perché la Città della Scienza di Roma è chiusa dal 2017 per una ristrutturazione che non finisce mai, bloccata in un limbo burocratico tra Comune, Regione e MIUR, che nessuno dei tre ha fretta di risolvere.
Al suo posto, ROAD (Rome Advanced District), un distretto di innovazione tecnologica che combina il moderno con il verace.. beh, questa è l’impressione che mi ha dato.

Nata nel 2001 come museo interattivo – con laboratori di robotica, mostre sulla cybercultura, il primo posto di Roma dove un bambino poteva programmare qualcosa invece di guardarlo in una teca! – è diventata nel tempo esattamente quello che rappresentava: un sistema in crash, un processo bloccato in attesa di un input che non arriva. Il 2013 ha portato la prima chiusura per adeguamento normativo.
Il 2017 una riapertura annunciata e mai avvenuta. Il 2020 ha fatto il resto.

Il contrasto con il resto d’Italia è brutale e non casuale.
Milano ha il Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia, vivo, con mostre sull’intelligenza artificiale. Napoli ha ricostruito la sua Città della Scienza in tre anni dopo un incendio doloso.
E Roma.. beh, sta ancora aspettando che qualcuno apra un ticket sul problema.

C’è ancora una pagina Facebook con l’ultimo post del 2017. Recensioni su Google Maps di genitori con bambini delusi. Ho usato un Wi-Fi analyzer cercando reti fantasma.. il tipo di cosa che uno fa quando è in zona e non riesce a non farlo.
Niente. Silenzio digitale.
Non è una novità, ma fa sempre lo stesso effetto vederlo materializzato in un edificio chiuso con i graffiti sopra.

Monte Testaccio: il recycle bin dell’Impero

Testaccio, a piedi. Dieci minuti.

Monte Testaccio è una collina artificiale alta trentasei metri fatta interamente di anfore rotte!! Cinquantatré milioni di contenitori di olio e garum scaricati qui sistematicamente tra il I e il III secolo d.C.
L’anfora olearia non si riusava: l’olio rancido impregnava la terracotta in modo permanente; quindi si rompeva, si impilava, si creava una collina. Per trecento anni.

Il Monte dei Cocci (cocci, frammenti) è questo: un deposito di rifiuti industriali che il tempo ha trasformato in archeologia. Le cantine dei ristoranti intorno sono scavate direttamente nella terracotta antica, che mantiene una temperatura costante tutto l’anno. L’Impero Romano non aveva refrigerazione meccanica. Aveva Testaccio.

È la logistica dell’antichità resa visibile: un magazzino fisico che ha resistito duemila anni meglio di qualsiasi storage digitale che conosciamo (questa leggetela con la voce di Proietti, che alla fine aggiunge, sornione “mecojoni”). Nessun problema di formato, nessun problema di compatibilità, nessun problema di migrazione dati. Solo terracotta e tempo.

E visto che a due passi ci sono quei localini.. perché non concedersi una cena de core con un amico?
C’è una doppia fortuna in questo: sapere la storia del “velavevodetto” di Flavio e mangiare dei tonnarelli cacio e pepe!

Il posto è rustico nel senso vero del termine, non rustico come scelta estetica studiata a tavolino da un consulente di branding, ma rustico perché è sempre stato così e non ha mai sentito il bisogno di giustificarselo.
Muri, tavoli, gente che mangia. Niente fronzoli, solo un’onestà di fondo che sopravvive nei posti che non hanno bisogno di convincerti di nulla, come l’Antico Vinaio a Firenze, che al motto “bada come la fuma” ha costruito un’identità che nessuna agenzia creativa avrebbe potuto progettare, perché viene da dentro, non da una strategia2.

Il Cimitero Acattolico: where names were writ in water

È un posto che funziona su frequenze diverse: prato curato, lapidi del Settecento e dell’Ottocento, gatti che si muovono tra le tombe con quella sicurezza tranquilla di chi abita davvero un posto.

Keats è sepolto qui. Morto a ventisei anni, tubercolosi, convinto di aver fallito. Sulla lapide non c’è il suo nome, lui stesso aveva scelto di non metterlo: “Here lies One Whose Name was writ in Water.”

Uno che pensava di non lasciare traccia, insomma. Che è diventato uno dei poeti più citati della lingua inglese – il paradosso ha una precisione quasi crudele.

La questione dell’impermanenza, per chi lavora nel digitale, non è astratta: i dati sembrano permanenti (tutto è loggato, tutto è tracciato, tutto è su server con ridondanza geografica) ma sono su infrastrutture che qualcuno controlla (spoiler: non tu), su piattaforme che possono chiudersi, in formati che diventano illeggibili nel tempo. La pietra di Keats è ancora leggibile dopo duecento anni.. quanti dei tuoi file del 2005 lo sono?

Shelley è a cinquanta metri. Annegato e ritrovato nel viareggino con una copia di Keats in tasca. Trent’anni. Gramsci è nell’altra sezione. È un’altra storia, un altro peso.

Nessuna foto, batteria esaurita.
Come il mio mana della giornata, che è stato restorato immediatamente dalla visione di un ragazzino, straniero, che camminava assorto nella lettura – diamine, allora non tutti i giovani sono da buttare dalla rupe!

non ha smesso nemmeno quando la sera è calata, complice una lucetta portatile

I poeti della sera

Adoro la street art, tutto quello che è graffito e non scarabocchio.
Gli adesivi con un ideale, le dediche, i QR code che la gente attacca sperando che qualcuno scansioni – e spesso sono innocui, sono io la brutta persona!

I segnali, le vetrine, i bandoni dipinti, le insegne naive, la saggezza popolare a portata di sampietrino, tutto contribuisce a creare quella sensazione di ombelico del mondo che ti resta appiccicata.

Se vi ricordate Ricky Memphis, il poeta metropolitano, vi ricorderete anche di Cioé, dei diari scritti e disegnati con i cuori e con le dediche.
Non avevamo internet per cercare le migliori citazioni: o te le ricordavi dai film, o andavi a leggerle sui muri.

I poeti lasciano pezzi di cuore inchiostrato negli angoli di ogni città; niente trottolini amorosi-dudu-dadada, solo quello che sta dentro e viene vomitato fuori. Il vero romanticismo è il brutalismo dei sentimenti. Come un polpo alla gola, direbbe l’amico Calcare.

Il 23

Il Museo delle Anime del Purgatorio è a Lungotevere Prati, dall’altra parte della città. A piedi erano quaranta minuti che non avevo. Ho preso il 23.

girare con una cartina vecchio stile non ha prezzo, davvero!

Il 23 è il bus più romano che esista nel senso peggiore e migliore del termine: lungo, lento, con una traiettoria che attraversa Roma come se avesse tutto il tempo del mondo: Testaccio, Trastevere, Lungotevere, Prati. Passa davanti a cose che non ti aspetti e ci mette il doppio di quanto ci metteresti a piedi in linea retta.

Ma Roma non ha linee rette, né geograficamente né burocraticamente, e alla fine il 23 è onesto su questo.

Dal finestrino: Piramide Cestia, anomalia spazio-temporale nel mezzo di un quartiere normale (una piramide egizia del 12 A.C. integrata nelle Mura Aureliane come materiale da costruzione), la sontuosa Corte di Cassazione, la Basilica di Santa Maria in Trastevere con i mosaici del XII secolo che dal bus sembrano pixel art in scala 1:1, poi Castel Sant’Angelo con quella luce di mezza mattina che nemmeno i fotografi riescono sempre a prendere al momento giusto.

E poi, la chiesa Valdese, le targhe vecchie, quelle nuove, una libreria familiare e pezzi di architettura urbana.
Roma dal 23, in venti minuti, ti dà più storia per chilometro quadro di qualsiasi altra città europea. Questo non cambia il fatto che l’asfalto sotto abbia le buche, ma è un dato oggettivo che va registrato.

Il Museo delle Anime del Purgatorio: pareidolia istituzionalizzata

Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Lungotevere Prati 12.

Nel 1897 padre Victor Jouet vide un volto tra le fiamme di un incendio nella cappella. Decise di girare l’Europa raccogliendo prove fisiche dell’esistenza del Purgatorio. Quello che ha raccolto è esposto qui: camicie con impronte di mani bruciate, libri con pagine segnate da dita di fuoco, tessuti con tracce.

Ogni oggetto è datato, circostanziato, con una storia scritta.

Dal punto di vista neurologico, quello che il museo cataloga si chiama pareidolia: la tendenza del cervello a riconoscere pattern familiari (volti, mani, forme note) in stimoli ambigui. Lo stesso meccanismo che fa vedere facce nelle nuvole, nei pattern del legno, nei log di sistema dove non c’è niente di intenzionale.
Il cervello è una macchina di pattern recognition che continua a girare anche quando non dovrebbe trovare niente.

Quello che rende questo piccolo museo genuinamente interessante non è la questione soprannaturale, piuttosto è la documentazione: Padre Jouet ha applicato al paranormale una metodologia da archivista, tra fonti, date, testimoni, catena di custodia degli oggetti. Ha fatto esattamente quello che si fa in un’indagine forense, con una conclusione diversa da quella che avrei tratto io, ma con un rigore procedurale che non ci si aspetta.

La collezione è piccola. Ci si sta cinque minuti. Si esce con qualcosa in testa che non si riesce subito a mettere a fuoco.

Il resto della chiesa, però, merita di essere visto: architetture bellissime, antiche elemosiniere dedicate (prime prove “strutturate” di welfare locale, gestite direttamente dalla parrocchia) e il Cristo Velato, un’opera davvero sublime!

E, a magna’?

Per chi ha una malattia stronza come la mia, non è sempre facile mangiare fuori. Cosa posso e cosa non posso, calcolare questo e quello, pensare a quanto ti muoverai.. certo, il tonnarello di Flavio è stato l’eccezione romana, per il resto ho mangiato molto meno local.

Mercato Centrale, l’estasi di Santa Teresa non è niente a confronto!3
Trovi il tartufo, la carbonara, i burger di Bastianich, le birre locali, l’acqua di Nepi (Gianluca, Christian L. e “Giuliano” G., quanto v’ho pensato!).. SCRAAATCH!
Ok, ho mangiato cinese.

È tutto?

Ventisette ore.
Il 23, un cimitero romano, uno inglese, un museo del soprannaturale, un gazometro, una collina di anfore rotte, rotaie sepolte sotto l’asfalto, un muro bianco dove c’era un murale, una cena de core, chilometri a piedi, gente maleducata, gente gentile, gente simpatica, gente strana, cielo azzurro, monumenti, vita.
E ancora un’appennino da spianare perché le comunicazioni sono una cosa impossibile, i treni sbilenchi, la confusione alle stazioni, la voglia di raccontare.

Ecco, sì, è tutto.
Manca solo la playlist, lunga..


🎼 LA PLAYLIST DEL VIAGGIO (SPOTIFY)

  • Evanescence – Bring me to life

  • Soul Asylum – Runaway train

  • Crowded House – Weather with you

  • Aerosmith – Amazing

  • Fabrizio De André – Don Raffae’

  • Aerosmith – Eat the rich

  • John Lennon – Imagine

  • Ed Sheeran – I see fire

  • Culture Beat – Mister Vain

  • David Bowie – China girl

  • Elvis Presley – Blue suede shoes

  • Kato – Turn the lights off

  • Sia – Unstoppable (R3HAB rmx)

  • Dire Straits – Money for nothing

  • Guns n Roses – Knocking on Heaven’s door

  • Bruce Springsteen – Dancing in the dark

  • ♥️ Iggy Pop – The passenger

There is little value in a record of memory if no one is around to read it.

Se ti va di continuare la conversazione, mi trovi qui: Web | LinkedIn | Bluesky | Mastodon | X | podcast (ci sto lavorando!)

1

Roma, ma anche Genova, Firenze, Berlino, Milano.
Sono grandi città, sporche, perché non funzionano tante cose: passare tra l’Arco e il Colosseo e vedere sacchetti di spazzatura buttati qui e là fa proprio stringere il cuore. Inutile dirlo ai politici, a loro interessa l’attico a Piazza Navona, mica il bene dei cittadini.

2

..che poi si siano espansi e abbiano fatto fortuna, quella è un’altra storia di marketing =)

3

sono felicemente atea, ma la conoscenza dei simbolismi, acronomi, opere famose, architetture e storie delle religioni mi hanno sempre appassionata.

Grazie per aver letto.