Rumore di Fondo E12S03 – Quando il consenso sparisce: l’abuso digitale delle immagini private
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#privacy #schifo #abusodigitale


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E12S03:

  • Quando il consenso sparisce: l’abuso digitale delle immagini private


Quando il consenso sparisce: l’abuso digitale delle immagini private

Ieri, 20 agosto 2025, è arrivata la notizia della chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie ♥️♥️♥️”, un gruppo pubblico in cui uomini postavano immagini delle proprie mogli e compagne senza alcun consenso. Non si trattava di foto esplicitamente sessuali ma di scatti rubati all’intimità quotidiana, condivisi come “merce” per scatenare i commenti (disgustosi) degli altri partecipanti al gruppo.

Un episodio che scuote, ma che non sorprende: dietro ogni chiusura, sappiamo già che se ne apriranno altri cento. Canali Telegram, forum nascosti, comunità effimere che si rigenerano come idre digitali.

La domanda vera non è “come mai esiste un gruppo simile?”, ma “cosa spinge delle persone a trarne piacere e a perpetuarlo?”.

L’abuso delle immagini: un problema di dignità, non solo di privacy

La criminologia e la psicologia ci offrono una definizione precisa: questi casi rientrano nell’image-based abuse, o abuso di immagini.

Non è sempre “revenge porn” nel senso tradizionale, ma una gamma più ampia di violazioni che hanno come denominatore comune la diffusione non consensuale di contenuti privati1.

Le conseguenze per le vittime sono devastanti. Ansia, depressione, isolamento sociale, perdita di reputazione, fino a pensieri (e non solo) suicidi sono purtroppo effetti documentati in più studi2.

Non parliamo di un danno secondario, ma di un attacco diretto all’identità personale e alla libertà di vivere la propria immagine.

Dentro la mente di chi compie l’abuso

Perché uomini apparentemente “normali” partecipano a simili dinamiche? Le ricerche indicano tre spinte principali:

  • deumanizzazione: la vittima non è più una persona, ma un oggetto, una “merce” da esibire

  • appartenenza al branco: il gruppo funge da camera dell’eco, in cui violare diventa un rito di status

  • mancanza di empatia e responsabilità: il contesto digitale anestetizza la coscienza, rendendo invisibili le conseguenze

La chiusura di un gruppo non ferma il fenomeno perché il problema è radicalmente culturale e psicologico, non logistico. Aiuta a far crescere la consapevolezza del problema ed è una mitigazione progressiva.

Purtroppo l’illusione d’impunità, sommata alla ricerca di approvazione sociale, rende questi comportamenti replicabili in infinite varianti.

Il fronte legale: cosa dice la legge nel mondo

Negli ultimi anni diversi paesi hanno iniziato a introdurre normative più severe:

  • Irlanda: l’Harassment, Harmful Communications and Related Offences Act (2020)3, noto come Coco’s Law, punisce la diffusione non consensuale di immagini con pene fino a 7 anni di reclusione

  • USA: dal 2022 esiste la possibilità di azioni civili federali, con danni fino a $150.000 per immagine e misure restrittive immediate; inoltre è stato da poco varato e messo in funzione il Take It Down ACT4

  • Australia: con il ruolo dell’eSafety Commissioner5, sono previsti ordini rapidi di rimozione e sanzioni molto pesanti

  • Europa: Francia, Germania e Italia hanno leggi specifiche contro la diffusione di immagini intime senza consenso, con pene che includono detenzione e multe

Tuttavia, i tempi giudiziari lenti e la facilità di rigenerazione dei gruppi online riducono la reale efficacia deterrente.

Aggiungo con enorme piacere un commento di Vitalba Azzollini (giurista, editorialista, scrittrice, su Bluesky e su X) sulla questione:

In questa, come in altre vicende, ai sensi del DSA, non appena una piattaforma riceve una segnalazione credibile riguardo a contenuti illeciti, proveniente da un utente, scatta l’obbligo di rimozione o disabilitazione dell’accesso al contenuto senza ritardo (“expeditiously”).

Ebbene, nonostante questa previsione che impone la rimozione sollecita di contenuti illegali, META è stata assolutamente tardiva nel far scattare la procedura che consegue alle segnalazioni.

Dunque, quello che dovrebbe essere il principale strumento a tutela degli utenti resta inefficace, cioè non funziona come procedura d’urgenza per limitare danni.

Considerato che ciò è previsto da una normativa recentissima, evidentemente qualcosa non quadra. Qualcuno farà una valutazione ex post per verificare se non siano necessari aggiustamenti di quella normativa? Perché se una disciplina non funziona, viene meno anche la sua efficacia deterrente per chi volesse porre in essere i medesimi comportamenti illeciti.

Chi sa di godere dell’impunità, continuerà a pubblicare sulle piattaforme contenuti contrari alla legge.

Le piattaforme: una rincorsa continua

Facebook, Google, Reddit e altre piattaforme hanno dichiarato dal 2015 la volontà di contrastare l’abuso di immagini6.
Ma casi noti, come quello della politica americana Katie Hill (per citare uno dei più noti), dimostrano che algoritmi e sistemi di moderazione spesso falliscono7.

La realtà è che la tecnologia di contrasto (photo matching, segnalazioni automatiche, ..) rincorre sempre più lentamente un fenomeno che si reinventa di continuo, migrando su canali meno regolamentati come Telegram o forum privati, senza parlare del dark web.

Fermare lo schifo: cosa fare?

Se avessi la bacchetta magica avrei già creato una società differente; non è qualcosa che si risolve con una singola legge, con un singolo comportamento. Non serve nemmeno “una squadra di hacker che scassano i computer delle persone” (commento reale letto in rete).

Serve un lavoro di collaborazione, interdisciplinare, che parta dalle fondamenta.

Legge e “repressione”
  • uniformare e rafforzare le normative, con pene reali e immediate

  • creare task force digitali di polizia specializzate, in grado di intervenire in tempi rapidi

Tecnologia e prevenzione
  • migliorare i sistemi di tracciamento e rimozione dei contenuti

  • promuovere soluzioni innovative come watermarking e strumenti di verifica dell’origine delle immagini8

  • ampliare programmi come StopNCII.org, che permette alle vittime di segnalare contenuti e farli bloccare prima della diffusione

Cultura ed educazione
  • parlare di consenso digitale già nelle scuole – seriamente, con personale formato, affiancato da professionisti dei vari settori

  • smontare la mentalità per cui “rubare immagini” sia uno scherzo o una goliardata

  • supportare le vittime con risorse psicologiche e legali: CCRI, 1800RESPECT, 1522 Linea Anti Violenza e Stalking 🇮🇹, Permesso Negato 🇮🇹

Funzionerà?
Ci vuole un lavoro attento e delicato, ci vuole formazione e preparazione. Funzionerà nell’ottica di un programma di educazione e sensibilizzazione a lungo termine, in cui tutti possiamo fare la nostra parte.
Domande tipo “E te come avresti fatto? Come l’avresti risolta?” (arriva da X) non hanno una risposta. Come risolvi le guerre? Come risolvi la questione pedofilia? Come risolvi la questione abusi? Nessuna bacchetta magica e nessun effetto immediato.

Come scritto da Vitalba, se le piattaforme sono in ritardo con la mitigazione, la revisione e l’introduzione di normative più efficaci dobbiamo attenderla ancora per molto? È parte integrante del processo, non può essere rimandata!

Serve un cambio di mentalità

Chiudere un gruppo come quello è necessario, ma non sufficiente. È un tampone su una ferita che continua a riaprirsi. Ancora e ancora.

Il vero passo avanti, come detto, sta nel costruire una cultura digitale del consenso, in cui l’immagine di una persona non sia mai trattata come un oggetto.

Ogni click, ogni condivisione, ogni commento rafforza o indebolisce questa cultura.
Se vogliamo davvero fermare questo fenomeno, dobbiamo smettere di considerarlo uno “schifo inevitabile” e iniziare a combatterlo come quello che è: una forma di violenza reale, che richiede leggi, tecnologia, soprattutto consapevolezza e una mentalità scevra da ideologie radicate.

Ancora oggi essere considerati la parte debole è una consuetudine, in particolar modo sui social media, dove novelli leoni da tastiera offendono e abusano psicologicamente di soggetti meno forti. Anche chi non sta passando un momento felice ne è vittima, concludendo l’esperienza online con l’abbandono dei social e il ritiro ad una vita di isolamento, come un hikikomori.

Perché subiscono le donne, ma anche gli uomini. Subiscono le persone con disabilità, subiscono le persone più fragili, subiscono le persone che affrontano percorsi per appropriarsi della propria identità. Victims, aren’t we all?

A proposito di StopNCII.org

Dopo aver letto una discussione in merito, ho voluto sperimentare StopNCII.org, il progetto internazionale che consente alle persone di proteggere le proprie immagini sensibili caricandole in forma di hash (un’impronta digitale crittografica, non la foto in chiaro).

Come funziona

Il meccanismo è basato su tre passaggi chiave:

  1. creazione dell’hash: l’utente carica un’immagine sul sito; l’immagine non viene salvata, ma trasformata in un hash (ad esempio PDQ/PhotoDNA)

  2. condivisione con i partner: gli hash (e solo quelli, ripeto NON VIENE CONDIVISA ALCUNA IMMAGINE) vengono messi a disposizione delle piattaforme aderenti (Meta/Facebook, Instagram, TikTok, OnlyFans, Reddit, ecc.)

  3. confronto e blocco: se un utente tenta di caricare quell’immagine o una sua variante (tagliata, specchiata), la piattaforma può riconoscerla e bloccarne la pubblicazione, avviando i normali processi di moderazione.

In teoria, questo sistema permette di prevenire la diffusione non consensuale di immagini intime già prima che diventino pubbliche.

Ho caricato alcune immagini personali sulla piattaforma e poi, con l’aiuto di qualche volontario, le stesse immagini (anche tagliate e girate) sono state caricate su Instagram, su OnlyFans e in un gruppo Telegram monitorato – sia chiaro, le immagini non sono esplicite, non c’è niente che non si sia già visto.

Il risultato? Nessuna segnalazione di violazione, anche dopo mesi.
Anzi, in apparenza sembrava che le immagini non fossero state mai state scaricate – in realtà, siamo riusciti a scaricarle direttamente, manipolarle e ricaricarle.

Questo esperimento ha mostrato che, almeno in pratica, l’efficacia dello strumento non è immediata né garantita. Con molta delusione.

Credo sia utile riportare integralmente l’analisi che mi ha condiviso RAW – Relations At Work (digital creator, esperto di tecnologia e di dietro le quinte, su Bluesky e X) – sì, è tecnica ed è destinata a rimanere tale, anche se semplificata:

Ho eseguito alcuni check veloci per:

  1. URL diretti delle storie Instagram (visibili ovviamente senza error response, e solo se autenticato con mio account)

  2. URL diretti CDN a media/img delle 3 storie (queste invece visibili in chiaro da chiunque, lasciando i parametri di richiesta necessari per evitare signature/hash mismatch \[\*]).

\[\*] rimossi e.g. efg – \_nc\_sid – ig\_cache\_key

Spulciando tra i vari interventi richiamati nel report UK di Marzo 2025 su StopNCII:

– https://publications.parliament.uk/pa/cm5901/cmselect/cmwomeq/336/report.html
– https://publications.parliament.uk/pa/cm5901/cmselect/cmwomeq/336/report.html

Viene indicato che non succede niente, pur in presenza di corrispondenza con perceptual PDQ/PhotoDNA hash in dataset, finché l’hash non venga verificato da almeno una piattaforma partner.

—
When a platform identifies a match—that somebody is trying to upload that image— it invokes their normal moderation processes, whether automated or human. They then get to view the image or the video.

If it is NCII, they will then add a tag on to that hash, which then goes back into the system. The hash does two things: first, it provides information to all the other platforms that this is now a verified hash; and, secondly, it indicates to us how many times StopNCII has actively worked.
—

Funziona infatti solo se/quando vi è un report suspected NCII – per contenuto reale/sintetico – fatto direttamente sulla piattaforma partner e con esito positivo – proprio perché oneri e responsabilità di verifica sono totalmente in capo ai partner che appongono il tag verified.

Pertanto, l’automatismo di blocco lato piattaforme aderenti ci può essere con minimizzazione dei rischi per i partner solo in presenza di verified hash (che a fine Q4 2024 erano meno del 3% in dataset StopNCII per quanto riguarda le sole immagini – 22k su 970k totali n.d.r.)

È uno strumento di supporto (non alternativo/sostitutivo) ai reclami diretti sulle piattaforme contro ri-caricamenti/proliferazione.

Più che altro servirebbe una decisa miglior comunicazione sul suo funzionamento e un utilizzo più efficace – non solo lato partner (cfr. e.g. IG che manco lo menziona nel suo articolo specifico in KB) ma soprattutto lato FAQ/documentazione ufficiale StopNCII per gli utenti.

Da un lato perché gli utenti – a meno di approfondire autonomamente e/o essere adeguati supportati – non hanno consapevolezza della gestione verified/unverified hash e possono pensare che basti solo aprire case senza interagire con le piattaforme.

Dall’altro perché dei 2 flussi indicati da StopNCII come possibili per interoperabilità con dataset NCII:

  1. Inserimento StopNCII case –> Apertura segnalazione su piattaforma

  2. Apertura segnalazione su piattaforma –> Inserimento StopNCII case

Solo il primo garantisce 100% aggiornamento dei tag “unverified->verified” in caso di report sulla piattaforma con esito positivo.

Il secondo dipende infatti dalle policy di controllo delle piattaforme per i loro report conclusi precedentemente all’inserimento del caso.

Per quanto riguarda il tema Revenge Porn / NCII, GPDP può essere interpellato/attivato anche per le segnalazioni preventive e/o di scrupolo alle piattaforme, cioè quando si ha il fondato sospetto/timore che possano essere caricati contenuti in futuro, se non lo siano già stati.

In tal senso prevede appunto un apposito servizio online di segnalazione – vedasi https://www.garanteprivacy.it/temi/revengeporn – che prevede (a seguito di valutazione/conferma GPDP) la trasmissione di hash già validati alle piattaforme indicate nel form.

Utile quindi anche in uso abbinato di STOPNCII, cui hash devono essere comunque validati (da Autorità o piattaforma partner a seguito di segnalazione contenuti cmq caricati) per essere effettivamente utilizzati/bloccati su tutte le piattaforme aderenti.

Su META, devo darne conto, è stata fatta la segnalazione di due dei tre contenuti da rimuovere. Oltre ad una sequela di link utili, una chat inutile e qualche email, non c’è stato alcun progresso.

Le piattaforme come StopNCII aiutano, è una strada sempre in salita, ma pian piano arriverà la pianura e poi la discesa.
Quel che serve da subito è cultura del rispetto.

👉🏻 con il “ThreeSeep Collective Protocol” stiamo ancora approfondendo alcune questioni sugli hash, ma vorrei ringraziarli per l’aiuto e per lo scambio di idee quotidiano – vedeteci un po’ come le Giovani Marmotte dell’Internet, in stile “Legion of Doom meets Topolino” – e senza i quali non avrei potuto scrivere alcuni contenuti.

3

Ireland Harassment, Harmful Communications and Related Offences Act https://www.irishstatutebook.ie/eli/2020/act/32/enacted/en/print

Grazie per aver letto.