Rumore di Fondo E13S03 – La rete non dimentica: guida pratica di sopravvivenza digitale (per umani e suricati connessi)
🗓️ Agosto (葉月), il mese delle foglie
🎬 Pepsi, where’s my jet?

#privacy #schifo #abusodigitale


//.intro
“Rumore di Fondo” è una pubblicazione altamente aperiodica, indipendente e senza alcuno scopo di lucro

//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile


E13S03:

  • La rete non dimentica: guida pratica di sopravvivenza digitale (per umani e suricati connessi)


La rete non dimentica: guida pratica di sopravvivenza digitale (per umani e suricati connessi)

Viviamo in un’epoca in cui i social ti danno la visibilità del Truman Show ma senza contratti milionari. Anzi: il rischio è finire in un gruppo di predatori digitali che usano foto, screen e dettagli della tua vita quotidiana come se fossero figurine Panini.

La verità è semplice e brutale: ogni informazione che metti in rete può diventare un’arma contro di te. Non serve postare un nude per finire nel mirino: basta un tramonto con geotag, il selfie davanti alla scuola, la recensione del kebabbaro sotto casa.

Questa non è paranoia da Mulder e Scully: è sopravvivenza digitale.

Il caso del famigerato gruppo facebook1 non è certo l’unico. Nonostante il gruppo sia stato eliminato, associazioni come Codacons e No Justice No Peace segnalano l’esistenza di altri canali simili, soprattutto su Telegram.

Solo da gennaio di quest’anno, la Polizia postale ha ricevuto oltre 3.000 denunce (trasmesse alla Procura), 40 donne sono state uccise da uomini, e le violenze online hanno subito un aumento di quasi il 200%.

Un dato che le autorità usano per sottolineare la dimensione culturale del problema: è una forma estrema di “stupri digitali” – non è solo condivisione, è strumentalizzazione del corpo, senza consenso. È l’emblema della violenza digitale come fenomeno di massa.

Il caso Tiziana Cantone (2016) rimane un simbolo: una donna che si suicidò dopo la diffusione virale di suoi video privati senza consenso. La vicenda portò all’introduzione del reato di revenge porn nel “Codice rosso”, approvato nel 20192.

Quella vicenda fu la prima grande allerta che il digitale, se usato male, può uccidere.

Nel 2025 non abbiamo difese contro queste violazioni, questi abusi digitali. Possiamo solo alzare la testa e la voce, denunciare e mettere in pratica comportamenti che siano a tutela della nostra persona, di chi amiamo e di chi vogliamo proteggere.

In Italia, a inizio 2025, il 71 % della popolazione (circa 42.2 milioni di identità3) è attiva almeno su un social, mentre il 90 % è connesso a Internet (53 milioni di utenti). Il tempo medio trascorso online sfiora le 6 ore al giorno, di cui quasi 2 ore su social45.

Eppure, solo il 46 % degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base – ben sotto la media UE6.

Ora, immaginiamo 42 milioni di persone esposte (anche senza saperlo), con strumenti potenzialmente pericolosi nelle mani di chi non è preparato. Uno studio del 2020 su giovani donne in 22 Paesi rileva: fino al 58 % ha subito abusi facilitati dalla tecnologia, e l’85 % di queste ha subito più tipi di molesti digitali 7 8.

Il digitale non è neutro: amplifica le stesse dinamiche oppressive offline.
La buona notizia? Possiamo cambiare il nostro approccio.

La differenza non è tra chi è visibile e chi no, ma tra chi sceglie come mostrarsi e chi lascia che siano gli altri a decidere.
Non si tratta di sparire dalla rete, ma di starci da registi, non da vittime.

E allora, cosa fare?
Ho messo insieme qualche spunto e consiglio, certa che valga per tutti, senza distinzione di genere.

Il profilo non è il tuo curriculum

Un caso classico: ragazze che si trovano inserite in gruppi Telegram o Facebook “a tema locale”. Il trucco è sempre lo stesso: qualcuno prende la foto dal profilo, la incrocia con nome e cognome, aggiunge che “studia al liceo X” o “lavora al bar Y” (info prese dal profilo stesso), e boom! sei immediatamente localizzabile.

Non serve un hacker: basta un pigro stalker con un po’ di tempo libero.

👉 se non sei un personaggio pubblico, riduci i dettagli identificativi. Non serve regalare a perfetti sconosciuti la mappa completa della tua vita. Imposta dei contatti di emergenza, se rientri tardi e sei sola, la sera, avvia una videochiamata fino a che non sei arrivata a casa.

Geolocalizzazione, la vera spia

Un caso reale, balzato alle cronache: una ragazza postava regolarmente foto del suo jogging mattutino con Strava collegato a Instagram. Percorso sempre lo stesso, orari più o meno identici. È bastato poco perché un follower malintenzionato capisse dove abitava e a che ora era fuori casa.

Risultato? Non è fantascienza, è cronaca: si è trovata pedinata.

Pensate che le vittime di queste geolocalizzazioni possono essere anche “illustri”: un Primo Ministro, basi in UK, USA, Francia, Somalia, Iraq e persino l’Area 51.

In un caso da romanzo (siamo a ottobre 2024), un account fittizio ha caricato percorsi di corsa su 30 basi israeliane in quattro giorni. Bastava un profilo Strava “pubblico”. Lo stesso profilo pubblico che ha rivelato le abitudini di jogging delle guardie del corpo di Macron e Biden – a volte anche con doxxing ed esposizione dei familiari.

👉 se vuoi condividere i momenti, fallo “dopo”. Come le cartoline anni ’90: la cartolina arrivava quando eri già rientrato. Spengi geolocalizzazione e posticipa le condivisioni, soprattutto nei fitness tracker – se vuoi mantenerli, controlla le impostazioni e sistemale per una condivisione solo con amici o utenti che decidi tu.

Le foto parlano (troppo)

C’è un caso famoso di un poliziotto americano beccato perché nelle foto postate su Craigslist (anni 2000 vibes) si intravedeva il numero civico riflesso nello specchio.

Più recente: una streamer giapponese è stata localizzata da un fan che ha zoomato il riflesso delle finestre nei suoi occhi (!!!) e ha confrontato con Google Maps fino a beccare la stazione che frequentava.

👉 ogni pixel è un potenziale indizio. Non serve arrivare al livello CSI, basta un po’ di ossessione altrui. Rimuovi i dati EXIF (ora, device, posizione) prima di condividere; controlla sfondi e dettagli che possono indicare la tua posizione, la tua casa, qualsiasi cosa sia riconducibile a te – anche riflessi o targhe possono raccontare troppo.

Le relazioni social

Mai sentito parlare del “graph search”? Facebook l’ha chiuso da anni, ma con un minimo di OSINT si può ancora fare: risalire a chi conosci, parenti, amici, incrociare le informazioni e ottenere la tua rete sociale.

E in Italia ci sono già stati casi di bullismo digitale in cui il bersaglio non era la vittima diretta, ma i suoi genitori o fratelli, trovati e presi di mira proprio grazie ai tag e alle connessioni.

👉 evita i tag automatici, e valuta se vuoi davvero rendere pubblici i legami familiari. Limita visibilità alle cerchie strette, non accettare le richieste di amicizia da chi non conosci davvero.

Cosa postare (e cosa no)

Un mito: “Se non posto foto hot, sono al sicuro”. Falso.

Ci sono gruppi interi che collezionano solo foto di piedi, mani, sorrisi o uniformi di lavoro. Non serve avere un OnlyFans per diventare oggetto di feticismo digitale.

👉 il punto non è demonizzare il corpo, ma capire che qualsiasi contenuto può essere decontestualizzato e trasformato in un feticcio. La consapevolezza è il vero filtro. I feticismi sono virali, per quanto la tua sia una delicata buona fede, pensaci due volte prima di postare.

Privacy settings: il primo scudo

Un’inchiesta del 2021 ha mostrato come molti account di ragazze finite in gruppi Telegram “da scambio” avessero impostazioni pubbliche: foto, liste di amici, like visibili a chiunque. Bastava un click per ricostruire tutto.

Una volta che sei dentro un archivio condiviso, è come finire in una copia pirata su eMule: ti duplicano all’infinito.

👉 non è sexy, ma fare un giro nelle impostazioni privacy vale più di mille stories. Controlla chi accede ai tuoi dati, revoca i permessi di applicazioni che non devono avere accesso, cancella le app inutili, fai una cernita degli amici virtuali.

La rete non dimentica

Ricordate il caso delle “revenge porn cloud leaks” (da noi note come “foto rubate dal cellulare”)? Molti contenuti erano già stati cancellati dagli utenti, ma restavano in backup, salvati o screenshottati.

E parliamo di roba di dieci anni fa che ancora gira. E girerà ancora.

👉 cancella, ma sappi che non esiste la gomma magica.

Difendersi in branco

La cosa più dolorosa che abbiamo visto tutti è gente che, con la buona fede di “avvisare gli altri”, rilanciava foto delle vittime per denunciare i gruppi. Risultato: vittime violentate una seconda volta.

Pensi di aiutare, ma stai solo moltiplicando il danno.

👉 se vuoi aiutare, segnala. Non rilanciare. E soprattutto, cerca alleanza: collettivi, associazioni, gruppi di supporto. La solitudine è la vera arma dei predatori.

Stare sui social non è un reato, ma richiede consapevolezza.
Denunciare, proteggere, sostenere chi subisce: queste sono le armi vere.

Mi fa molto piacere chiudere con una riflessione di Vitalba Azzollini, sempre perfetta:

Il futuro digitale non è scritto: possiamo ancora scegliere se essere spettatori passivi o autori consapevoli della nostra presenza online.

E dobbiamo farlo senza illuderci che le attuali normative possano supplire alla inconsapevolezza degli utenti social. Le leggi vigenti possono certamente fornire un utile supporto.

Dal 2019, è stato introdotto il citato reato di Revenge Porn, che punisce chi diffonde immagini private senza consenso. Già prima, strumenti come lo stalking e la diffamazione aggravata online permettevano di perseguire molestie e campagne d’odio digitali.

A ciò si aggiungono le tutele del Codice della privacy e del GDPR europeo, che riconoscono il diritto a cancellare dati personali o a limitarne l’uso.
Più di recente, il Digital Services Act europeo ha imposto alle piattaforme l’obbligo di rimuovere più rapidamente i contenuti illegali e rendere trasparenti i loro meccanismi di segnalazione.

Sulla carta, quindi, gli strumenti necessari a una tutela giuridica ci sono.
Ma la verità è che il diritto arriva sempre dopo, cioè troppo tardi, a fatto compiuto, quando online il danno si sta ormai moltiplicando in tempo reale.

Nel digitale il tempo è tutto, mentre la giustizia è lenta per definizione. E poi un giudice può punire, ma non può restituire ciò che hai perso: dall’intimità violata alla reputazione lesa. Non esiste sentenza che cancelli ogni screenshot, non esiste risarcimento che ripari l’umiliazione virale.

Dunque, il diritto non è impotente, ma non basta ad arginare violazioni – intese in ogni senso – che si diffondono a macchia d’olio. Serve una cultura collettiva, e prima ancora una consapevolezza individuale, che si raggiunge anche e soprattutto con l’informazione. Informazione cui, con questo scritto, si è inteso contribuire.

1

ne ho parlato nello scorso episodio di RdF:

2

una storia che nessuno vorrebbe vivere: https://it.wikipedia.org/wiki/Caso_Tiziana_Cantone

8

un aiuto, come supporto, da Permesso Negato: https://www.permessonegato.it/report/ e, se avete a cuore questa causa, potete fare una donazione all’associazione

Grazie per aver letto.