Social Debug #19, 25.06.2026
Sul giradischi: Prefab Sprout – Appetite
#socialdebug #food #socialmedia
//.intro
“Social Debug” nasce per ascoltare ciò che normalmente ignoriamo; è un’estensione di Rumore di Fondo. È qui che si nascondono le abitudini, i riflessi automatici, le mode che crediamo di scegliere e che invece ci scelgono.
Questa rubrica entra in quel rumore, lo isola, lo smonta e lo rende leggibile.
Non per semplificare il mondo, ma per capirlo (un po’) meglio.
//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile
No foto? No risotto!
Il risotto è pronto. Lo si sente dall’odore, il burro, il parmigiano, quel momento preciso in cui la mantecatura smette di fare rumore e diventa acquolina in bocca! Lo sentite il profumo??
Dieci anni fa, a quest’ora saremmo già lì con il cucchiaio il mano, a fare “ashahshafaffafafa“ con la bocca aperta perché il riso è troppo caldo. Adesso prendiamo il telefono (rigorosamente sul tavolo), angolazione, luce, filtro, bocca a culo di gallina, click, post.
E poi mangi. Freddo.
Nessuno ci ha obbligato. Eppure lo facciamo, lo facciamo con una naturalezza tale che la sequenza non fa più domande: il piatto esiste, lo documentiamo, poi lo consumiamo. In quest’ordine. Come se la documentazione fosse diventata parte del pasto. Come se senza di essa qualcosa del pasto si perdesse, perché la nuova narrativa vuole questo: basta cartoline e menu trafugati dai ristoranti, ora l’esperienza esiste solo se la condividiamo sui social.
L’Homo Sapiens (sempre più dubbi sul fatto che sia Sapiesn) cucina da circa duecentocinquantamila anni. Ha inventato la fermentazione, il forno a legna, la pasta fresca, la cottura sous-vide, il kaiseki, il mole poblano, la bagna cauda. Ha dedicato secoli interi a capire come far diventare buono il cibo. Poi, intorno al 2010, ha aggiunto un passaggio: prima di mangiarlo, lo fotografa e lo manda a dei server in Oregon.
L’evoluzione è una cosa strana.
La spiegazione più pigra è quella estetica: le persone vogliono mostrare che mangiano bene, che frequentano posti belli, che hanno una vita degna di essere guardata (siamo tutti voyeur, ricordiamocelo). C’è del vero, ma è una lettura di superficie, il cibo sui social non è solo vanità ma qualcosa di più antico e più interessante: è “certificazione”.
Esiste un bias che si chiama FORO (Fear Of Recording Omission) che non è nei manuali accademici ma descrive qualcosa di reale: l’ansia che un’esperienza, non documentata, non conti davvero. Che se non è stata registrata, in qualche modo non sia del tutto avvenuta.
Il concetto ha radici più solide di quanto sembri. Negli anni Settanta, il filosofo Derek Parfit1 ragionava su cosa rende un’esperienza “reale“ nella memoria di chi la vive. Oggi, quarant’anni dopo, la memoria esterna (il post, la storia, la foto nell’archivio del telefono) ha colonizzato quella funzione e non ricordiamo l’esperienza: ricordiamo la sua traccia digitale. E se la traccia non c’è, l’esperienza sbiadisce più in fretta.
C’è un ristorante a Tokyo, nel quartiere di Yanaka2, che non ha un profilo Instagram. Non per scelta hipster, semplicemente non gliene importa. Serve un ramen con brodo di pollo che cuoce trentasei ore. Le persone fanno la fila e nessuno sa come ci si arriva, perché non c’è nulla da trovare online! Esiste solo se qualcuno te ne parla a voce – che magari fa molto società segreta, ma regala ancora una dimensione umana.
Arrivi, ti siedi, mangi, paghi, te ne vai.
E ti resta in mente che era davvero buono, che era una cosa mai fatta prima, che era un’esperienza che avresti voluto condividere, ma meglio così.
Il cibo fotografato non è solo condiviso: è autenticato.
La foto dice: ero qui, ho vissuto questo, questo è successo, guardatemi, posso permettermi una cena a Villa Crespi, ho incontrato Cracco in Segheria perché sono qualcuno. Ha la stessa funzione del timbro sul passaporto, del biglietto conservato nel portafoglio. Prova di presenza. Prova di vita.
Il problema, e qui casca l’asino, è che il medium ha deformato il messaggio. Non fotografiamo il cibo per ricordarlo, per ricordare l’esperienza, per farci ricordare qualcosa che ci ha emozionato. No, lo fotografiamo per esistere nel feed altrui, da qui la funzione mnemonica è diventata funzione sociale: l’esperienza vale nella misura in cui produce un contenuto che produce interazione che produce conferma che produciamo qualcosa degno di nota.
Abbiamo sviluppato un riflesso condizionato:
esperienza → documentazione → condivisione.
E il riflesso è così automatico che la sua assenza crea disagio, non fotografare il risotto, in certi contesti sociali, richiede una scelta deliberata. È un atto di resistenza minuscolo, quasi invisibile, ma è comunque un atto volontario contro qualcosa che è diventato default.
Il default scorre potente. Il default non chiede permesso.
Ora, non sto dicendo che fotografare il cibo sia sbagliato, sarebbe una posizione tanto moralista quanto inutile – il comportamento è largamente diffuso, ha radici cognitive comprensibili, e in certi casi produce persino risultati piacevoli (quella pausa forzata, il piacere estetico della composizione, il ricordo conservato meglio).
Sto dicendo che vale la pena notare quando un gesto è nostro e quando è diventato un protocollo. Il risotto raffreddato mentre carichi la storia ha un costo: è piccolo, forse accettabile. Forse no, ma è un costo reale, ed è curioso che quasi nessuno lo calcoli.
È davvero necessario far passare la cultura alimentare dal cloud (di altri, peraltro)?
O forse sarebbe meglio fotografare meno e goderci un uovo sodo cotto a bassa temperatura, sussurrando che a casa lo facciamo meglio?
Social Debug, una volta a settimana, sempre di giovedì.
Se ti va di continuare la conversazione, mi trovi qui: Web | LinkedIn | Bluesky | Mastodon | X | podcast (ci sto lavorando!)
Parfit, D. (1984). Reasons and Persons. Oxford University Press – consigliato e, subito dopo, Seligman, M. et al. (2016). “Does Taking Photos Increase Enjoyment of Experiences?” Journal of Personality and Social Psychology. Ma anche Bourdieu, P. (1965). Un art moyen: essai sur les usages sociaux de la photographie. Éditions de Minuit
il ristorante di Yanaka non ha fonti. Esiste perché me l’ha detto qualcuno a voce, e questa è esattamente la cosa di cui stiamo parlando!




