Social Debug #17, 04.06.2026
Sul giradischi: The Police – Every breathe you take
//.intro
“Social Debug“ nasce per ascoltare ciò che normalmente ignoriamo; è un’estensione di Rumore di Fondo. È qui che si nascondono le abitudini, i riflessi automatici, le mode che crediamo di scegliere e che invece ci scelgono.
Questa rubrica entra in quel rumore, lo isola, lo smonta e lo rende leggibile.
Non per semplificare il mondo, ma per capirlo (un po’) meglio.
//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile
Non ho niente da nascondere
La notizia è questa: https://www.heise.de/en/news/Switzerland-plans-to-ban-anonymity-and-data-retention-by-decree-10377287.html
Tanto io non ho niente da nascondere.
La frase più tranquilla del mondo: la dici al bar, la dici sotto un post, la dici quando qualcuno alza un sopracciglio sulla sorveglianza di Stato. È comoda perché chiude il discorso: se non hai niente da nascondere, non hai niente da temere.
Fine. Prossima slide.
È anche, tecnicamente, il bug più diffuso che giri sul firmware umano: compila senza errori, gira liscio, e intanto ti svuota la cache della prudenza. La Svizzera (la Svizzera, eh, non un regime con la stella in fronte, ma quella con le mucche viola, gli orologi e i bilux) ci ha quasi costruito sopra un’intera architettura. Per decreto.
La storia (senza filtri)
C’è una revisione dell’OSCPT (in tedesco VÜPF, per gli amici ordinanza sulla sorveglianza della corrispondenza e delle telecomunicazioni, SR 780.11) che per mesi è stata appoggiata sul tavolo del Consiglio federale. Idea: prendere le regole pensate per i grandi operatori telefonici e allargarle ai “servizi di comunicazione derivati” – tradotto: messaggistica, VPN, cloud, documenti condivisi. Quello che usi tu, ogni giorno, senza pensarci.
Sopra una certa soglia di utenti, tre obblighi in fila:
-
identificare ogni persona (copia del documento o numero di telefono, niente più account anonimo, niente più “ti pago in privacy”)
-
conservare i metadati per sei mesi (chi, quando, con chi, da dove)
-
e l’articolo 50a: togliere “la cifratura fornita dal servizio”, così che il traffico arrivi in chiaro a chi di dovere
E qui il dettaglio che mi ha fatto alzare il sopracciglio più di tutto il resto messo insieme: non passava dal Parlamento. Si fa per decreto. Basta riscrivere una riga di un’ordinanza.
La cronistoria della SR 780.11 si legge per intero, ed è lì che capisci quanto pesa cambiare una virgola lontano dal dibattito (spoiler: pesa parecchio).
Poi, il 10 dicembre 2025, il Parlamento ha accolto la mozione Gapany1: l’ordinanza torna al mittente; prima un’analisi d’impatto indipendente, poi una nuova consultazione. Due anni, forse di più. Chi mastica il fascicolo lo chiama “una vittoria di tappa”, il calendario è cambiato, la voglia di sorvegliare no.
Nel frattempo Proton, Threema, NymVPN, i gioielli svizzeri della privacy, quelli che vendono al mondo proprio il “qui non ti tocca nessuno”, hanno detto no e minacciato di fare le valigie. Proton ha congelato gli investimenti in patria. E qualcuno ha fatto notare, con garbo elvetico, che quel testo somigliava più alla Russia che alla Confederazione, da!
“Sono solo metadati”
Quando pensiamo alla sorveglianza pensiamo a qualcuno che ti legge i messaggi, il loro contenuto. E siccome nei tuoi messaggi c’è la lista della spesa e un meme su un gatto, concludi: che si accomodino, mi annoiano da soli. È qui che “non ho niente da nascondere” sembra avere ragione.
Solo che i metadati non leggono. Correlano.
Non sono la lettera, sono la busta, e la busta, ripetuta per sei mesi, è il grafo della tua vita. Senza aprire una sola parola dei tuoi messaggi, da sei mesi di metadati ricavo: con chi parli ogni giorno, a che ora ti svegli, quando smetti di scrivere a una persona e cominci con un’altra, da quale studio medico esci il martedì pomeriggio. Il contenuto resta segreto. Tu no.
Moltiplica: le fonti di un giornalista, i pazienti di uno psichiatra, chi ha chiamato un avvocato divorzista la settimana prima di sparire dai radar. Il problema non sei mai tu da solo con la tua coscienza pulita: sei tu nel reticolo di tutti gli altri che, magari, qualcosa da proteggere ce l’hanno eccome.
La privacy non è un fatto individuale.
È un fatto di rete e “io non ho niente da nascondere” è la versione moderna del “tanto a me non capita” – e regge esattamente quanto reggeva quello.
La porta che non guarda in faccia nessuno
Poi c’è l’articolo 50a, la cifratura da smontare.
E qui parlo da quella parte del tavolo dove si rompono le cose per mestiere.
In Ghost in the Shell ce l’hanno tutti: una presa dietro la nuca, da cui si entra nel cyber-cervello. Serve a connettersi, a sincronizzarsi. È anche il motivo per cui, in quel mondo, nessuno è mai davvero al sicuro.
Una porta d’accesso non guarda in faccia chi la usa.
Non esiste una back door solo per i buoni, e non è un’opinione, è geometria.
Nel momento esatto in cui apri un varco (per il giudice, per la buona causa, per il decreto) quel varco diventa superficie d’attacco. E una superficie d’attacco non distingue tra il magistrato con il mandato, il criminale con l’OSINT giusto, l’insider scontento e il servizio straniero che aspettava da anni. La maniglia è una sola e la gira chiunque la trovi.
Lo sanno bene gli ingegneri che quei sistemi li costruiscono.
Per chi scrive le regole, la sorveglianza comincia quando qualcuno accede ai dati.
Per chi i sistemi li tiene in piedi, comincia molto prima: nel momento in cui i dati vengono raccolti. Tutta la distanza tra le due frasi è il punto della faccenda, il dato che esiste è un dato che può essere perso, rubato, riusato, richiesto da un altro governo fra dieci anni. La cassaforte più sicura resta quella che non costruisci.
Nessuna morale, solo il dito sul tasto snooze
Perché funziona così: la minaccia viene rimandata, e noi chiudiamo il ticket. Risolto. Le leggi sulla sorveglianza non vengono quasi mai sconfitte, vengono posticipate e ripresentate con un ufficio stampa migliore.
“Vittoria di tappa” vuol dire esattamente questo: c’è ancora la tappa dopo. Il progetto della porta sulla nuca non è stato installato. Per ora. Ed è sempre quel per ora la parola che regge tutto il peso.
Il per ora dovrebbe innervosirti. E invece rilassa, perché il nostro debugger umano si accende solo quando la minaccia è puntata adesso, su di noi, oggi. Snoozata la sveglia, torniamo a scrollare.
C’è una canzone che oggi è sul giradischi e che gira ai matrimoni da quarant’anni come fosse la cosa più romantica del mondo. Sting l’ha sempre detto: sembra una dichiarazione d’amore, in realtà parla di uno che ti guarda respirare. Controllo, ossessione, Grande Fratello. Ogni passo che fai, io ti guardo. La scambiamo per amore perché è comodo. Esattamente come “non ho niente da nascondere”.
Che cosa resta nel mezzo? Una soglia di utenti, sei mesi di metadati, una riga d’ordinanza riscrivibile in qualsiasi momento. E una porta che, quando esiste, non chiede mai chi sei prima di aprirsi.
Chiudo con un ultimo saluto a Carola, che ha fatto anche di queste faccende una questione personale, in cui “personale” vuol dire di tutti noi. Nessuno escluso.
Social Debug, una volta a settimana, sempre di giovedì.
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qui un pochino di contesto: https://www.parlament.ch/fr/ratsbetrieb/suche-curia-vista/geschaeft?AffairId=20243581



