Social Debug #15, 07.05.2026
Sul giradischi: Dave Gahan – Nothing else matters
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“Social Debug“ nasce per ascoltare ciò che normalmente ignoriamo; è un’estensione di Rumore di Fondo. È qui che si nascondono le abitudini, i riflessi automatici, le mode che crediamo di scegliere e che invece ci scelgono.
Questa rubrica entra in quel rumore, lo isola, lo smonta e lo rende leggibile.
Non per semplificare il mondo, ma per capirlo (un po’) meglio.
//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile
manIA
Sera, un attimo prima di mettere via il telefono, controllo le ultime notifiche su LinkedIn, poi guardo il feed.
Tre minuti. Conto sette post che iniziano con “Ho creato qualcosa che…”, otto carousel “10 prompt che ti cambiano la vita”, poi c’è un tizio che vende un corso a 4.997€ per “diventare AI Strategist in 30 giorni”, guardo la sua bio: tre mesi fa faceva dropshipping di ciabatte.
Eccola. La foia di fare tutto con l’intelligenza artificiale, la manIA.
Non è hype, quello passa, questa è altro: è una compulsione collettiva a delegare il cervello a una macchina che indovina la prossima parola – attenzione, non “capire” ma “indovinare”. È diverso.
Ho avuto la fortuna di assistere allo speech di The Middle (Andrea Menin) sulla dinamica della distribuzione dei token per influenzare l’output di un LLM. Il sistema del LLM è predittivo secondo dei pattern, detta molto terra terra: funziona a probabilità statistica.
Però noi la trattiamo come l’oracolo di Delfi.
Ogni cosa generata dall’AI è sublime, perfetta, meravigliosa, fa riscoprire la lingua1, aiuta a migliorare il mondo.
Io vorrei davvero credere che le AI, utilizzate for good, siano tutte utili; vorrei davvero credere che tutti i prompt siano animati al miglioramento personale. Penso che, se ogni cosa che chiediamo all’AI fosse for good, avremmo un mondo bellissimo!
E invece, ogni giorno mi imbatto in analfabeti funzionali che spacciano contenuti per propri (con tanto di commenti dell’AI incollati), inutilità di vario genere, gente che pensa di spicciarti casa con promesse assurde.
Qualche esempio? Pronti!
Il creator generoso™: esempio di persona attivissima su TikTok, regala 47 prompt “che fanno esplodere i social”, garantito per tutti!
Spoiler: se hai 200 follower e un profilo senza identità, puoi anche avere il prompt scritto da Sam Altman in persona, stai fresco lo stesso! L’algoritmo non premia il prompt, premia chi posta da tre anni di fila senza mollare – cosa che il prompt non ti dà.
I guru da 5k: questi sono l’evoluzione di BigLuca, vendono il corso “AI Mastery Pro Ultimate”, con dentro screenshot sfocati di ChatGPT del 2023, prompt copiati da Reddit, due lezioni inventate su “tecniche segrete di prompting” che sono… dire per favore al modello! Esiste gente che paga, seriamente. Esiste gente che lo difende dopo averlo pagato (bias del costo irrecuperabile, manuale del red teamer sociale: una volta che hai sganciato, il cervello si arrampica sugli specchi per non ammettere di averlo fatto a vuoto).
Il “ho automatizzato tutto”: questo è quello che ha collegato l’AI, gli agenti e le aragoste al suo computer, gli ha dato accesso a tutto, è andato a dormire e la mattina dopo Mary Poppins aveva fatto la magia! Ha una pipeline di sei tool concatenati per scrivere un post LinkedIn.
Sei.
Tool.
Per un post – che poteva scrivere in dieci minuti.
Output: testo che sa di plastica, zero engagement, ma lui è felice perché ha “scalato”. Scalato cosa, la mediocrità?
Il vibe coder: “Ho fatto un’app in un weekend con Cursor, zero righe scritte da me!”
Prima risposta: “E si vede…”
Seconda risposta: “Bellissimo, te la buco con una SQL injection da manuale del 2003 perché il modello ha allucinato la sanitizzazione degli input.”.
A quella gente ho visto fare deploy in produzione di cose con le API key hardcoded nel frontend.
Hardcoded.
Nel.
Frontend.
E il commit message era “feat: secure auth”.
Allora perché Sandokan ci caschiamo?
Siamo esseri umani, per questo siamo stupidi by design.
Subiamo, chi più e chi meno, l’influenza di tre pattern, secchi:
1 – automation bias: il cervello si fida di più di una risposta che esce da uno schermo che di una uscita dalla bocca di un collega. Se lo dice la macchina è vero, anche quando la macchina ti dice che il 1700 è bisestile e Napoleone ha vinto a Waterloo.
2 – FOMO professionale: se non posti “5 modi in cui uso l’AI nel mio lavoro” sei già obsoleto. Ieri eri obsoleto perché non eri sul metaverso, l’altroieri perché non eri nel cerchio degli NFT. Stesso loop, asset diverso – si chiama hype cycle, Gartner2 lo disegna da decenni, eppure ogni giro caschiamo come fosse la prima volta.
3 – effetto Dunning-Kruger sotto steroidi: tre settimane di chatGPT e ti senti senior prompt engineer. Lo stesso meccanismo per cui dopo due video tematici su YouTube uno si sente pentester. La differenza, qui, è abissale: il pentester finto si schianta su una CTF e capisce. Il prompt engineer finto vende corsi.
Estirpiamo le AI?
Non si può fare; ma si possono adottare degli accorgimenti per non scadere nel gurismo mediatico e preservare al meglio le nostre capacità intellittive – almeno più a lungo degli altri.
La regola della delega inversa
Prima di chiedere all’AI, chiediti: “Se l’output fosse sbagliato al 40%, me ne accorgerei?”
Se la risposta è no, non delegare, stai costruendo debito tecnico cognitivo che pagherai con gli interessi (a a caro prezzo).
Taglia i guru!!!
Chiunque venda “il segreto” non ce l’ha. Chi ce l’ha lo pubblica gratis su un blog tecnico, di solito con grafici brutti e zero hook. Cerca quelli, snobba il resto!
Verifica tutto, sempre. E poi verificalo di nuovo!
Tratta ogni output delle AI come input non affidabile: sventralo, analizzalo, controlla le fonti. Se cita un paper, aprilo. Se cita una CVE, controlla NVD. Nove volte su dieci ha ragione, ma la decima è quella che ti fa fare figure caprine davanti a qualcuno. E indovina quale ti ricorderai.
L’AI è utile, parecchio, ma stiamo confondendo “strumento potente” con “scorciatoia per non pensare”, e le scorciatoie per non pensare le abbiamo già viste (non finiscono bene, mai).
Siamo in grado di vivere, oggi senza affidare alle AI ogni singolo aspetto della nostra esistenza? Siamo in grado di liberarci di questa manIA?
Stay Rebel. Stay Human.
Social Debug, una volta a settimana, sempre di giovedì.
Se ti va di continuare la conversazione, mi trovi qui: Web | LinkedIn | Bluesky | Mastodon | X | podcast (ci sto lavorando!)
vi invito ad ascoltare il podcast di Mario Moroni “Il Caffettino”, si trova su tutte le piattaforme audio e anche su YouTube; in particolare, riferito a quanto parliamo, ecco una puntata da vedere, qui: www.youtube.com/watch?v=xYprf5PPCco
Gartner e il ciclo dell’hype: https://en.wikipedia.org/wiki/Gartner_hype_cycle



