Social Debug #8, 19.02.2026
Sul giradischi:


//.intro
“Social Debug“ nasce per ascoltare ciò che normalmente ignoriamo; è un’estensione di Rumore di Fondo. È qui che si nascondono le abitudini, i riflessi automatici, le mode che crediamo di scegliere e che invece ci scelgono.
Questa rubrica entra in quel rumore, lo isola, lo smonta e lo rende leggibile.
Non per semplificare il mondo, ma per capirlo (un po’) meglio.

//.signorina37
digital strategist, retrogamer, programmatrice COBOL, diabetica, cucino e parlo giapponese, ho scritto libri, ho visto cose, frequento gente discutibile


A proposito di comizi virtuali, fuffaguru (e social guru) e fake digitali

Vorrei ripartire da questa bella considerazione di Raffaella (che è donna di mondo e ne sa molto), per un parallelismo: questo tipo di organizer è esattamente come i fuffaguru.

Un minimo di contesto: il fuffaguru-convinto è una figura che crede in quello che dice, che “non parla, slogheggia”, usa dei termini che capiscono solo loro – come il gergo che si usa in *ogni* ambiente tbh 😉 – e hanno ragionamenti che fanno solo loro.

A differenza del fuffaguru-cialtrone, noto per impappinarsi mentre cerca di pronunciare “dropshipping”, ha un atteggiamento rigoroso verso la materia e ci si applica “anima e core”. Vive e respira il fuffagurismo, si veste sempre casual ma studiato – come i nomad marketer, che li vedevi a lavorare dalla barca in Costa Rica col pantalone con risvoltino e la camicia sbracata.

Anche il fuffaguru ha un abbigliamento che lo contraddistingue: maglioncino, no jeans (che fa poraccio sempliciotto), pantalone a sigaretta corto o con il risvoltino (a volte entrambi), che lascia intravedere la caviglia, mocassino senza calzini (o con fantasmini) e camminata “a papera”, cioè coi piedi belli aperti in fase di landing (fase 1: pre-flight, fase 2: flight, fase 3: landing, FYI).
Hanno accessori minimal, perché ti vogliono dimostrare che “less is more” e loro la ricchezza, quella vera, ce l’hanno nel prodotto. Non parlano di “milioni” ma di figure a sei zeri, di stile di vita, di mental wellness – ok, chiedetemi di quel tizio che mi contattò su LinkedIn per propormi investimenti e si presentò con il mindset da acqua frizzante e limone, e che ora è in giro con un food truck mono tematico alle sagre di paese!

Si fanno le foto accanto a macchine lussuose, magari vestiti con giacca elegante (niente cravatta, fa sempre poraccio sempliciotto incatenato al costume sociale), camicia leggermente aperta e mano che tocca il polsino mentre guardano l’orizzonte.

Poi si scopre che la macchina era a noleggio e il vestito era quello per il matrimonio del bestie a Torpigna. Ho lavorato in ambienti in cui la macchina più sgrausa era una Ferrari, credetemi se vi dico che il 90% delle persone che si presenta agli eventi con i macchinoni, di pomeriggio, ha speso soldi per affittarla.

Ma, torniamo al punto di partenza: che c’entrano i fuffaguru con gli organizzatori di eventi virtuali?
Ecco, c’entrano eccome.

Lo stile è lo stesso, anche se in questo caso i fuffasocial sono per lo più vestiti da “nonna, grazie per il maglione tinta unita del mercato, e i gins di cinz, con le sneakers Aldi”, con accessori che li rendono riconoscibili. Occhiali di un certo colore e di una certa fattura, tatuaggi come se piovessero, orecchino e collana con croci e santini di Padre Pio nel portafoglio (di pelletteria, quello sì).

Per gli eventi si trasformano in minimal-chic: pensate a Jobs o a Zuckerberg, che si presentano sul palco con maglioncino e pantaloni anonimi. La ricchezza, anche nella loro ottica, è il prodotto.
E parlano un linguaggio di cambiamento, di globalizzazione, di vicinanza.. senza dimenticare – ma questo non lo dicono – che puntando sulla semplicità della maggioranza degli utenti, fanno un sacco di soldi.

Se per Apple, il core fundament, è l’estetica del design funzionale (a caro prezzo, quindi non per tutti), per #MetaMerda (hashtag obbligatorio anche qui) il valore è la semplicità che permette all’analfabeta (quello vero, senza alcuna colpa, sia chiaro) di usare uno strumento che lo mette in contatto con altre persone che condividono la passione per.. oh beh, per qualsiasi cosa.
Eventi virtuali non sono riservati a questi ultimi, ma alla parte di utenti che crede che queste piattaforme siano miniere d’oro. Monetizzare regalando tips&tricks, vendere prodotti in dropshipping, sfruttare le mode del momento – e tralascio le truffe – è sintomo di una mercificazione fine a se stessa, che ha come unico scopo non elevare l’utente che ne entrerà in possesso, ma farlo rimanere in un ecosistema che condiziona le tue scelte.

Oggi, 2026, non ci sono audience come quelli dei primi anni 2000, la gente è meno stolta, soprattutto ha fiutato l’inganno. Non vuole farsi turlupinare da una vendita online e non ha interesse a stare a sentire un comizio virtuale; ancor di più, quelli che nel 2010 erano trentenni entusiasti del multiverso, oggi sono quasi cinquantenni alle prese con lavoro, mutuo e piano pensione. E forse non gliene frega un beato cazzo di ascoltare uno con la faccia da sbarbino che insegna quanto è bello il suo mondo.

Questo pubblico non va al comizio? Ecco che il comizio va dal pubblico, con un evento fruibile da qualsiasi telefonino, pieno di bot, dipendenti precettati (succede, spessissimo) e parenti e amici dei comizianti.
È come nella politica, quando alla tribuna elettorale di Novaredo Beach si presentano ventritré astanti (di cui 3 caprette che fanno “ciao”) e nella fase di editing e montaggio video si aggiungono le folle da stadio. Stesso concetto. Stessa presa per il culo, alla quale qualcuno crede.

Siamo davvero sicuri che questo nuovo mondo, questo essere interconnessi sempre e comunque, non sia una scusa per nascondere le nostre debolezze? E se lo è, perché non abbiamo il coraggio di riprenderci quello spazio vitale, offline, fatto di persone vere e di baci veri?

Social Debug, una volta a settimana, sempre di giovedì.

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Grazie per aver letto.